La terra di mezzo. L’esperienza dei luoghi neutri nella gestione del disagio dei bambini

agosto 9, 2012 § Lascia un commento

 stefano vitale

Il disagio dei bambini e delle bambine, degli adolescenti e delle loro famiglie è crescente. Effetto dei tagli che hanno ridotto i servizi di prevenzione, effetto anche delle trasformazioni sociali che hanno investito soggetti ed istituzioni abbassando i livelli di attenzione verso le problematiche dei “minori”. Ma anche effetto delle mutamento dei costumi: nel 2009 le separazioni sono state 85.945 e i divorzi 54.456, con un incremento rispettivamente del 2,1 e dello 0,2% rispetto all’anno precedente. E fatica a farsi strada una cultura della “condivisione” reale dell’educazione dei figli come di u ampliamento dell’idea di “funzione genitoriale” a di là della coppia “ufficiale”.

Da alcuni anni, per favorire l’incontro tra genitori separati o per garantire il collegamento tra bambini e genitore “assente”, sono attivi i cosiddetti “luoghi neutri”. Una brutta parola, ma che indica la necessità di individuare uno spazio ed un tempo “aperto”, che “non è di nessuno” se non della possibile costruzione /ri-costruzione di un rapporto coi figli.

Ora, il quadro legislativo e giuridico ha la caratteristica di interpretare ed orientare, al tempo stesso, la percezione di un problema e con esso le esigenze e le prospettive di una data società.  In via generale si possono definire i Luoghi Neutri come “spazi semi-pubblici nei quali i genitori non affidatari incontrano i propri figli” (L.Cardia-Vonèche, B.Bastard, 1994).

Definizione strutturale e funzionale che fa da cornice. Il fatto rilevante è che negli ultimi vent’anni è mutata la sensibilità verso le relazioni tra genitori e figli mettendo al centro dell’intervento sociale il diritto riconosciuto al minore del mantenimento delle relazioni coi propri genitori e con persone affettivamente significative per lui.  Allo stesso modo si è diffusa l’idea del diritto dei genitori al mantenimento, simmetricamente, del rapporto coi figli. A ciò va aggiunto il riconoscimento al minore del diritto di essere ascoltato nell’ambito dei procedimenti amministrativi che lo riguardano (così come fissato anche nella Convenzione di Strasburgo del 1996) tenendo conto della sua opinione nella programmazione dei provvedimenti di sostegno alla relazione genitori-figli.

Collante di questa nuova sensibilità è l’idea dell’educabilità della genitorialità. Idea non nuova, certamente, ma capace di introdurre elementi di innovazione in un contesto sociale e culturale in cui non si può più parlare di “famiglia”, ma si deve parlare al plurale di “famiglie”, in cui si differenziano quindi le forme di “genitorialità possibile” ed in cui la struttura sociale pone le famiglie, sia le più fragili socialmente ed economicamente sia le più solide, di fronte a nuove difficoltà nella gestione dei figli. 

Il L.N. è uno dei tasselli di sostegno a queste domande che in un contesto di crescente complessità (dal latino “complexus”, tessuto insieme) cerca di trovare risposte capaci di non negare tale complessità, ma di accoglierla, analizzarla, orientarla, ma anche di valorizzare l’aspetto profondo del bisogno di legami tra gli individui.

C’è una domanda implicita di responsabilità da parte degli adulti verso i minori e c’è, al tempo stesso, una domanda implicita di rispetto dell’autonomia del minore, del suo diritto ad una vita piena e serena. Concretamente ciò determina la compresenza di fattori in tensione tra loro: tutela del minore e diritto del genitore; bisogno di relazioni genitoriali sicure e diritto alla paternità/maternità naturale; bisogno di sostegno ed aiuto nella costruzione della propria capacità genitoriale e controllo/valutazione della stessa; ascolto del bisogno del minore ed esercizio della genitorialità naturale, e così via.

Per concludere, ci teniamo a dire che la neutralità è più orientativa che reale. Certo il L.N. si configura come “zona franca” protettiva rispetto ai conflitti che potrebbero danneggiare i bambini, come spazio/tempo in cui la presenza di un terzo (l’operatore/mediatore) che si colloca a priori in una posizione di equidistanza,  può aiutare alla comprensione delle difficoltà dei bambini e degli adulti e alla predisposizione di interventi finalizzati al superamento di tali difficoltà.

Cosa sono i “luoghi neutri”?

Sul sito della scuola S.F.E.P. della Città di Torino si legge quanto segue, riferito ai Luoghi Neutri: “Tra i compiti tradizionalmente svolti dai servizi vi sono l’organizzazione e la gestione degli incontri vigilati, ovvero quegli incontri tra minori e adulti significativi, predisposti dalla Magistratura o dai servizi stessi, che presentano finalità molteplici quali l’osservazione dell’andamento della relazione tra adulto e bambino, la continuazione della relazione tra bambino e adulti significativi in un contesto che garantisca protezione e sicurezza, la tutela del “diritto di visita” dei genitori non affidatari. La gestione degli incontri in luogo neutro presuppone una capacità di osservazione, nell’ottica di un’analisi della relazione tra i minori e gli adulti di riferimento, e per tale motivo, nella pratica dei servizi torinesi, si è formalizzata una collaborazione che vede la presenza di figure professionali afferenti l’area psicologica e figure professionali, quali gli educatori, che nella formazione di base apprendono e approfondiscono tecniche osservative, che consentono un considerevole apporto alla lettura della relazione tra genitori e figli, per lo più su mandato delle Autorità Giudiziarie, per un esito che conduca al maggior benessere possibile per il minore. La figura dell’educatore è perciò investita di una competenza che soltanto oggi è formalmente riconosciuta e valorizzata, anche attraverso attività di supervisione e formazione “.

L’oggetto di lavoro è dunque la relazione tra adulto e bambini. Ed è un oggetto “da maneggiare con cura”. Come detto, la difficoltà nel trattamento della relazione come oggetto di lavoro risiede nel fatto che esso è molto articolato e pone alcuni interrogativi specifici:

1) il tema dell’individuazione della “genitorialità adeguata”: oggi è aumentata la tolleranza verso una più ampia indeterminatezza della genitorialità adeguata in corrispondenza di una maggiore complessità sociale. Oggi il sistema sociale tende ad offrire sostegno non solo a genitori “quasi-adeguati” ma anche a forme di genitorialità per la quale la diagnosi è “infausta” a lungo termine in quanto stagnante o bloccata.

2) Il tema della durata temporale degli interventi. E’ una conseguenza del punto precedente. Carcerazioni preventive, malattie psichiatriche, tossicodipendenze prolungate, conflitti mitigati ma non risolti possono produrre situazioni in cui il sostegno alla relazione genitori e figli rischia di dover essere mantenuto a lungo non trovando altre forme di protezione. Il problema è allora stabilire dei limiti nell’aiuto ai genitori per elaborare e declinare il proprio ruolo che siano “sostenibili” con l’interesse del minore.

3) Il tema della compresenza dei diritti dell’adulto e del minore. Se da un lato occorre sostenere la responsabilità degli adulti nella cura dei figli, dall’altro è indispensabile considerare il minore come parte attiva della relazione, in grado si contribuire alla costruzione ed alla modificazione degli assetti relazionali in cui è coinvolto. Non si tratta solo di considerare le capacità genitoriali in sé, ma di valutare anche le aspettative, le reazioni-proposte dei minori considerati capaci di formulare, direttamente o indirettamente, dei giudizi, delle opinioni. I minori hanno bisogno certamente di tutela, ma anche di ascolto.

A chi ci si rivolge…

I destinatari del servizio, in primo luogo, sono pre-selezionati da filtri specifici del servizio sociale e/o  inviati dalla magistratura minorile. Sappiamo che anche la magistratura ordinaria può stabilire l’uso dello strumento del Luogo Neutro e che, sia pure più raramente,  è il Servizio Sociale stesso a disporre il L.N. sempre per sostenere e contemporaneamente sorvegliare la relazione tra adulti e minori in un luogo protetto.

La “prescrizione” del L.N. può quindi essere connessa ad una variabilità di provvedimenti che fanno capo a 4 aree generali di problematiche:

1) situazioni caratterizzate da multiproblematicità (adulti tossicodipendenti, alcolisti, con disturbi psichiatrici o difficoltà economiche), con o senza provvedimenti limitativi della potestà genitoriale; 2) situazioni caratterizzate da separazioni e divorzi gravemente conflittuali con procedimenti di separazione giudiziale;

3) situazioni caratterizzate dalla presenza di sospetto abuso e maltrattamento;

4) situazioni caratterizzate da percorsi affidatari e/o adottivi (dall’abbandono dei minori ai genitori non affidatari che non hanno a disposizione un luogo adeguato per incontrare i figli).

Individuare per qualità e quantità, siano essi diretti o indiretti, tutte le categorie di destinatari non è cosa facile. Non vi sono ancora dati definitivi. Di recente (“I colori del neutro”, a cura di Rosa Favretto e Cesare Bernardini, F. Angeli, Milano, 2008) disponiamo della ricerca condotta dalla Città di Torino su 263 L.N. attivi nel 2004 (di cui 156 attivi ancora nel 2007). Qui emerge che il Tribunale Ordinario invia circa il 25% dei casi, il resto è regolato dal Tribunale dei Minori; che 172 casi hanno una durata d’uso del L.N. fino ad 1 anno, 45 sino a 2 anni, 18 casi da 2 a tre anni ed 8 casi oltre i 5 anni. Alla base dei provvedimenti del TM sono sempre presenti motivi inerenti la capacità genitoriale: inadeguatezza genitoriale, tossicodipendenza/alcolismo; problemi psichici, provvedimenti di adottabilità.

Per il TO è dominante il motivo della separazione conflittuale (in 44 casi associata ad alcolismo, tossicodipendenza o problemi psichici).

Un altro dato interessante è che il 43% dei minori ha collocazione eterofamiliare (di cui il 13% in Comunità Alloggio), il 10% è in affido a parenti; l’8% è in Comunità mamma-bambino. Sul piano qualitativo si è sempre di fronte ad un’utenza sofferente, conflittuale, disagiata siano essi i genitori, gli adulti in genere o i minori.

I fruitori del servizio possono inoltre incontrare difficoltà nell’accettare l’imposizione dell’incontro e delle sue modalità e rifiutarsi di vivere la relazione in uno spazio semi-pubblico sottoposto ad osservazione e valutazione.

Quali obiettivi si possono individuare?

L’intervento del servizio si basa sul riconoscimento del bisogno del bambino di vedere salvaguardati il più possibile la relazione con entrambi i genitori e i legami che ne derivano, a partire da ogni singola storia familiare.

Schematicamente, gli obiettivi specifici del servizio possono così definirsi: 

  • fornire supporto per ristabilire la relazione con il genitore non affidatario convivente o non;
  • garantire uno spazio rassicurante, accogliente per gli incontri del bambino con i genitori;
  • rendere possibile questa esperienza in una cornice di neutralità e di sospensione del conflitto in presenza del bambino, garantendo al minore una tutela sociale e psicologica;
  • accompagnare i genitori a ritrovare la capacità di accoglimento del figlio e delle sue emozioni;
  • favorire il ricostruirsi della responsabilità genitoriale ;
  • contribuire alla valutazione della relazione adulti-minori per la definizione di un progetto individuale adeguato alle esigenze del minore ed alle sue potenzialità evolutive (anche in funzione di un distacco dalla famiglia naturale).

 L’educatore che garantisce l’incontro sta tra il bambino ed il genitore in una posizione delicata di vicinanza al minore da tutelare ed al genitore da osservare, agganciare e sostenere. Egli non è esterno totalmente alla relazione, ma ne fa parte sia come garante delle regole fissate che degli obiettivi da raggiungere. Al tempo stesso è aperto agli imprevisti ed alle novità così come esse emergono senza pregiudizi dall’osservazione delle relazioni in atto.

Sempre nella consapevolezza della limitatezza del punto di vista e del contesto stesso. Ogni minore ha dietro di sé un mondo che influenza il suo stato d’animo e delle figure più o meno sicure e precise che lo sostengono e lo condizionano. Lo stesso accade per l’adulto.

L’operatore deve rapportarsi con queste emozioni, vissuti, esperienze consce ed inconsce e non può farlo “da solo”: è grazie al confronto con altri operatori che può emergere un quadro più completo, senza pregiudizi o stereotipi. La definizione del quadro di obiettivi, che come detto varia da caso a caso, è condizionata da un progetto messo a punto dalla collaborazione delle diverse professionalità coinvolte.

Senza un progetto non va da nessuna parte

La definizione di un progetto è un’arma a doppio taglio. Da un lato è indispensabile per tracciare un quadro, delineare una prospettiva e fornire all’operatore le informazioni necessarie circa il senso e la direzione possibile del suo lavoro di gestione ed osservazione. Dall’altro lato potrebbe essere uno schema rigido che pre-determina il risultato, che rischia di bloccare l’osservazione (e la valutazione successiva) a canoni già fissati, a giudizi già elaborati da chi “già conosce il caso”.

Gli obiettivi (ed il progetto) dipendono dai “risultati attesi”: ne proponiamo 5 tra i più rilevati nei servizi:

1) Ristabilire una relazione tra adulto e minore:  tecnicamente occorre chiarire i presupposti ed i margini possibili di qualità della relazione in funzione del benessere del minore.

2) Garantire uno spazio rassicurante d’incontro: nel caso manchi un luogo adatto a permettere il mantenimento dovuto di un contatto. Tecnicamente occorre verificare la disponibilità dei protagonisti ad accettare le condizioni di tale incontro e dal senso che quelle modalità avranno in funzione dell’evoluzione (stabilità o perturbazione) della relazione tra i due.

3) Assicurare un clima di detensione dai conflitti in atto in un contesto di sospensione del giudizio: è un risultato primario che dipende dai tempi, dalle modalità d’incontro, dalla disponibilità degli attori dell’incontro, dalle capacità osservative-gestionali dell’operatore responsabile dell’incontro.

4) Recuperare una capacità di accoglimento del minore da parte del genitore e sostenere il senso di responsabilità genitoriale: dipende dal progetto previsto e dal quadro giuridico in cui gli incontri sono collocati. Questo obiettivo richiede una capacità d’intervento diretto dell’operatore che non si limita ad osservare, ma deve incitare, sostenere, proporre e poi sapersi ritrarre, lasciando spazio al “maternage” dell’altro, in una sorta di “gesto interrotto” educativamente rilevante.

5) Contribuire alla valutazione della relazione adulti-minori per la definizione di un progetto individuale adeguato alle esigenze del minore ed alle sue potenzialità evolutive:fondamentale per la funzione di questo servizio. La sua riuscita dipende dall’insieme degli elementi che lo caratterizzano: professionalità degli operatori, chiarezza progettuale, metodologie osservative utilizzate, capacità di scrittura e restituzione delle esperienze e lavoro di rete tra le professioni coinvolte. E dipende anche dalla tipologia dell’utenza: solitamente questo obiettivo è rilevante nel caso si tratti di neonati o di minori “contesi” sia tra genitori conflittuali che “sospesi” tra affidamenti/adozioni eterofamiliari e rientri nella famiglia d’origine.

 

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